Ricerca e innovazione

TrojaNanoHorse: un "cavallo di Troia" per distruggere le cellule tumorali

12 Febbraio 2016

Video Realizzare una nanoparticella che agisca come una sorta di Cavallo di Troia, conducendo un nanomateriale letale per le cellule tumorali direttamente all’obiettivo, senza essere riconosciuto dal sistema immunitario come un corpo estraneo. È questo l’obiettivo del progetto TrojaNanoHorse, vincitore di un ERC Starting Grant da 1 milione e mezzo di euro nel 2015 e condotto da inizio 2016 al Politecnico di Torino, dove l’assegnataria del prestigioso riconoscimento, l’ingegnere chimico ed ex-allieva dell’Ateneo Valentina Cauda è diventata docente ad inizio anno.

Il progetto mira allo sviluppo di nanoparticelle non-immunogeniche, sicure per l’organismo e biodegradabili, con una doppia finalità, secondo quello che viene definito dalle più attuali ricerche oncologiche un approccio “teranostico”, permettendo cioè di svolgere diagnosi e terapia insieme; inoltre, questa modalità di cura non prevede l’assunzione di farmaci chemioterapici, annullando quindi i rischi associati alla loro somministrazione. 

La strategia chiave sta nell’utilizzo di nanoparticelle di ossido di zinco, inglobate in un rivestimento realizzato con lipidi prelevati dalle stesse cellule tumorali del paziente, che quindi non vengono riconosciute come estranee dal sistema immunitario e sviluppano gli stessi ricettori che permettono alle cellule malate di riconoscersi tra loro. Una volta iniettate nel circolo sanguigno, quindi, queste particelle mireranno con precisione alla cellula tumorale obiettivo, che viene riconosciuta grazie ai ricettori. La nano particella di ossido di zinco svilupperà quindi solo all’interno della cellula tumorale da colpire specie altamente tossiche (radicali liberi), in grado di distruggerla. 

Inoltre, se illuminate con luce ultravioletta, queste particelle la riemetteranno a loro volta in modo rilevabile con la strumentazione diagnostica, andando ad evidenziare con precisione le singole cellule colpite, anche quando il tumore si è sviluppato solo a livello di poche unità cellulari: un dettaglio oggi ancora impossibile con le attuali tecniche. 
Alla fine del processo l’ossido di zinco – a differenza di altre sostanze che si stanno testando per questo genere di cure – non si depositerà nell’organismo, ma si degraderà e, quindi non implicherà effetti tossici per le cellule e gli organi sani.